«Quella mattina, dal mio balcone, vedevo le gru del nuovo cantiere. Un ospedale nella mia zona non si era mai visto. Per chi vive in periferia anche ammalarsi è fuori mano, l’ambulanza non è un diritto, è un miracolo. E il concetto di “approfittare” assume le tinte più macabre, come quando un uomo, vestito da prete, si avvicinò a mio zio, steso sulla barella: “Avete fede?”. “Certo, padre”. “E mettetela in questo sacchetto insieme all’orologio». Ci sono luoghi in cui la tua vita è un romanzo, peccato che il lieto fine uno debba sudarselo sette camicie, e non è mai abbastanza: è il caso di Ciro Giustiniani, adolescenza a San Giorgio a Cremano e nel quartiere periferico di Barra, a Napoli, per proseguire con una scelta professionale piuttosto estrema con il doppio mestiere di cabarettista e sindacalista CGIL…

Due attività difficili da conciliare. O invece più simili di quanto si creda? Mescolando narrazione, calembour, monologo di cabaret, prende vita un’opera originale, una storia di vita esilarante e dissacrante che fa per il proletario urbano ciò che Paolo Villaggio ha fatto per l’impiegato: si tuffa al fondo del suo sconforto per ripescarne, trionfalmente, tra un sorriso e una stretta al cuore, la tragicomica epica quotidiana. Per mia mamma sorridere era già in italiano, edito da RAI ERI è disponibile in tutte le librerie dal 28 febbraio.

Ciro Giustiniani, nativo di San Giorgio a Cremano (patria di un altro grande artista della cultura napoletana, Massimo Troisi), ha fatto sua l’arte del monologo sin dai primi anni Duemila, quando ha iniziato a calcare il palcoscenico sia come attore di commedie sia come cabarettista. Nel 2007 è stato insignito anche del prestigioso Premio Charlot.

Roma, 22 febbraio 2017